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Non si rassegnano i famigliari di Moussa Diarra, ucciso dai vigili in stazione a Verona: “Non archiviate”

Giovedì 12 febbraio 2026 si terrà l’udienza in merito alla richiesta di archiviazione del procedimento per l'omicidio del 26enne maliano. Fuori dal Tribunale di Verona un presidio del "Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra"

Non si rassegnano i famigliari di Moussa Diarra, ucciso dai vigili in stazione a Verona: “Non archiviate”

Giovedì 12 febbraio 2026, al Tribunale di Verona, si svolgerà l’udienza in merito alla richiesta di archiviazione del procedimento per l’omicidio di Moussa Diarra, 26enne maliano ucciso in stazione il 20 ottobre 2024 da tre colpi di pistola sparati da un poliziotto della Polfer, indagato per omicidio colposo. A prendere la decisione sarà la giudice per le indagini preliminari Livia Magri.

Moussa Diarra

Contemporaneamente, dalle 9 alle 13, fuori dal Tribunale scaligero, andrà in scena un presidio organizzato dal “Comitato verità e giustizia per Moussa Diarra“.

“L’omicidio di Moussa si inserisce in un contesto repressivo nazionale – scrive il Comitato in una nota – Tramite manganelli, pacchetti sicurezza e narrazioni distorte questo governo sta promuovendo un clima repressivo e oppressivo in costante crescita, dove chi scende in piazza viene criminalizzato e additato come nemico dell’Italia. Verità e giustizia non solo per Moussa ma anche per le tante altre vittime di razzismo istituzionalizzato sono una necessità irrinunciabile”.

Il giorno della morte di Moussa

La mattina del 20 ottobre 2024, tre sono stati i momenti concitati alla stazione ferroviaria Porta Nuova.

Intorno alle 5,20, Moussa, armato di coltello, ha dapprima danneggiato alcune auto della Polizia e la vetrina della biglietteria.

Il 26enne maliano, trentacinque minuti dopo, a circa un chilometro dalla stazione, ha continuato a mantenere un comportamento aggressivo. A quel punto si è scagliato contro un agente della Polizia Locale che stava eseguendo i rilievi di un incidente. Il vigile ha estratto la pistola per difendersi, ma aveva deciso di non sparare, preferendo fuggire con un collega e segnalare la situazione alla centrale operativa.

Polizia in stazione Porta Nuova il 20 ottobre 2024

Alle 5,47, Moussa è quindi tornato in stazione dove ha danneggiato il vetro di una tabaccheria. In questa fase, che si basa sulle dichiarazioni degli agenti della Polfer, è scaturita la morte del 26enne maliano. L’agente indagato, messo alle strette, ha esploso tre colpi di pistola, uno dei quali risultato mortale al torace. Dopo il ferimento, il poliziotto ha provato a rianimare Moussa, ma invano.

La Procura chiede l’archiviazione

Lo scorso novembre 2025, la Procura di Verona ha chiuso le indagini preliminari, chiedendo l’archiviazione del procedimento contro l’agente che ha sparato a Moussa, provocando la sua morte.

Secondo l’ufficio inquirente, coordinato dal procuratore Raffaele Tito, si sarebbe trattato di legittima difesa: l’agente avrebbe sparato solo dopo essere stato aggredito e messo in pericolo. Nella nota della Procura, infatti, è stato scritto che Moussa si sarebbe avvicinato al poliziotto “con un’aggressività ingiustificata”, mantenendo una distanza ravvicinata e impugnando un coltello da cucina con una lama di 11 centimetri.

Nonostante i tentativi di allontanamento, avrebbe continuato ad avanzare fino a colpire l’agente, che a quel punto reagì esplodendo tre colpi di pistola.

La famiglia non si rassegna: “Indagini incomplete e parziali”

A dicembre, invece, i legali che difendono i familiari del 26enne maliano si sono opposti alla richiesta di archiviazione. Le ragioni sono state enunciate in un documento nel quale si sostiene che le indagini da parte della Polizia siano state a loro parere incomplete e parziali.

Gli avvocati di Diarra, infatti, contestano la versione dell’urgenza di intervento da parte della Polfer e la concitazione. I legali riferiscono che il poliziotto indagato aveva saputo dei danneggiamenti di Moussa circa venti minuti prima di entrare in servizio tramite messaggi e immagini circolati su un gruppo WhatsApp della Squadra Operativa. Tuttavia, come spiegato dai poliziotti agli investigatori, l’intervento sarebbe stato così urgente da non portare dietro lo sfollagente e il taser.

Quest’ultimo aspetto, evidenziano i legali dei familiari del 26enne, non sussisterebbe il requisito alla base del riconoscimento della legittima difesa perché “uscire alla rincorsa di un soggetto potenzialmente pericoloso senza dotarsi di adeguate strumentazioni” sarebbe stato un comportamento imprudente.

Inoltre, sostengono anche che l’indagato avesse un’alternativa sicura per sottrarsi al pericolo: da un lato avrebbe potuto scappare, come fatto dall’agente della polizia locale due ore prima (anche se nell’interrogatorio, il poliziotto ha riferito di non avere vie d’uscita); dall’altra, infilarsi i guanti per disarmare Diarra, che aveva in una mano un coltello da cucina.

Gli avvocati di Diarra, in merito a quest’ultimo dettaglio, dicono che verrebbe meno anche il requisito della proporzionalità e che né il consulente balistico, né la Procura nella richiesta di archiviazione hanno scritto nulla sulla “reale capacità offensiva di una simile posata, soprattutto a fronte dello spessore e della consistenza della divisa dei poliziotti“.

La vita di Moussa prima della tragedia

Moussa Diarra era arrivato in Italia nel 2016, dopo un lungo viaggio dal Mali attraverso Algeria e Libia, fino a sbarcare a Lampedusa. A Verona aveva trovato un lavoro regolare come operaio agricolo, ma negli ultimi mesi viveva un profondo disagio. Dopo la morte del padre, avvenuta tre mesi prima della tragedia, aveva smesso quasi del tutto di parlare e trascorreva le giornate al centro di accoglienza “Ghibellin Fuggiasco”.

Il 10 ottobre 2024 avrebbe dovuto rinnovare il permesso di soggiorno, ma non si era presentato all’appuntamento. Secondo il fratello Djembang, Moussa non era mai stato una persona violenta, ma da tempo appariva turbato.