Cronaca
Bardolino

E' morto per il Covid in Villa Serena, i figli si rivolgono all'Autorità giudiziaria

Adriano Fasoli, 79 anni, è deceduto il 12 gennaio nella struttura al centro di uno dei più gravi focolai del Veneto.

E' morto per il Covid in Villa Serena, i figli si rivolgono all'Autorità giudiziaria
Cronaca Verona Città, 27 Febbraio 2021 ore 12:11

I figli di una delle tante vittime del Covid in Villa Serena chiedono alla magistratura di appurare le cure prestate e le misure anti-contagio.

E' morto per il Covid, i figli si rivolgono all'Autorità giudiziaria

La scoperta che il codice per aprire il cancello della struttura era scritto in bella vista nella stessa pulsantiera, e che quindi chiunque poteva digitarlo ed entrare, (hanno anche fatto la prova, per essere sicuri), è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il “vaso” della tante, troppe perplessità.

I familiari di uno degli ospiti vittime del Covid alla casa di riposo Villa Serena di Bardolino (Verona), al centro di uno dei più preoccupanti focolai dell’intera regione, attraverso il consulente legale Riccardo Vizzi hanno deciso di affidarsi a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, per fare piena luce sui fatti.

E dopo che sarà acquisita e vagliata tutta la documentazione clinica, già richiesta, si procederà con un esposto all’autorità giudiziaria per accertare se vi siano state responsabilità da parte della Rsa sia nelle misure preventive per evitare il diffondersi del virus tra i degenti e gli addetti sia nelle cure prestate al loro caro, che non è mai stato trasportato all’ospedale.

Adriano Fasoli, 79 anni, di Dolcè (Vr), era ricoverato in villa Serena da due anni, dal dicembre 2019, in quanto malato di Alzheimer: fisicamente, tuttavia, non soffriva di alcuna patologia particolare e stava bene. All’inizio di gennaio, però, anche lui è rimasto contagiato come tanti altri ospiti della struttura, che aveva superato indenne la prima ondata ma è stata inspiegabilmente travolta nella seconda: a metà gennaio si sarebbe arrivati a 48 ospiti su 66 positivi oltre a una ventina di operatori.

I figli dell’anziano, che era vedovo, non potendo accedere in casa di riposo, venivano aggiornati telefonicamente sul decorso della malattia e sulle condizioni del padre, gravi ma stazionarie. Hanno chiesto ripetutamente di ricoverarlo in un reparto Covid dove avrebbe ricevuto trattamenti più mirati, ma il medico della struttura lo ha sconsigliato: a suo dire un ricovero avrebbe al contrario peggiorato la situazione del paziente, e poi c’era da fare i conti con il grave sovraffollamento in cui versavano (e versano) gli ospedali, in particolare le terapie intensive.

Il dottore aveva però garantito che, in caso di ulteriore aggravamento, Fasoli sarebbe stato subito ospedalizzato: aggravamento che purtroppo c’è stato, tanto che dopo il 10 gennaio hanno iniziato anche a somministrargli la morfina, ma anche allora il medico ha non ha ritenuto di procedere con il ricovero e nel pomeriggio del 12 gennaio il signor Adriano si è arreso ed è spirato, in villa Serena, allungando la tragica lista dei decessi di ospiti della struttura, almeno una decina.

Sconvolti dal dolore, i figli del settantanovenne fin da subito hanno espresso pesanti riserve sulla gestione della situazione da parte dei responsabili della struttura, sia per il mancato ricovero del padre che versava in condizioni sempre più critiche, sia per la mancanza di sicurezza nei locali dove il coronavirus non solo è entrato ma è serpeggiato in tutti gli angoli colpendo la gran parte dei degenti, oltre al personale: una Rsa ha contrattualmente l’obbligo di tutelare le persone che le vengono affidate, tanto più in quanto anziane e bisognose dei attenzioni, tutela che è gravemente mancata nella circostanza.

Ma a gettare ulteriormente nello sconforto i familiari della vittima è stata la scoperta che nella pulsantiera installata accanto al cancello d’entrata era pure scritto in bella vista il codice per aprire, codice che dovrebbe essere segreto e conosciuto solo dagli operatori e che infatti lo scorso anno non era riportato: per accedere bisognava suonare il campanello e identificarsi al citofono.

In questo modo, teoricamente, chiunque potrebbe entrare, lacuna che acuisce i rimpianti dei familiari, convinti che con un maggior controllo preventivo, non solo nelle misure strettamente sanitarie ma anche sulle persone che accedevano alla struttura, probabilmente si sarebbe potuto evitare una pandemia di tali dimensioni.

Un ulteriore elemento che sarà aggiunto nell’esposto che verrà predisposto da Studio3A e che sarà affidato alla magistratura per tutte le indagini del caso.