Effetto disposizione: vendere i vincitori

Effetto disposizione: vendere i vincitori

Chi ha bisogno di liquidità e deve scegliere quale posizione chiudere tende a vendere quella in guadagno. Chi ha una posizione in perdita tende a mantenerla, in attesa di un recupero. Sono due facce dello stesso meccanismo e, messe insieme, producono un portafoglio composto progressivamente dalle posizioni peggiori. Le migliori vengono liquidate presto, le peggiori restano. Il fenomeno è documentato da decenni, ha un nome preciso e in Italia è stato misurato su campioni di investitori reali.

Perché ha un nome proprio

La finanza comportamentale studia gli scostamenti ricorrenti tra le decisioni effettive e quelle che un modello razionale prevedrebbe. L’effetto disposizione è tra i più studiati perché presenta tre caratteristiche che lo rendono un buon caso di studio:

  • È osservabile nei dati reali e non solo nei questionari;
  • Si manifesta in modo sistematico e non occasionale;
  • Ha una spiegazione psicologica coerente e verificata;
  • Produce un costo quantificabile per chi lo subisce.

L’ultimo punto è ciò che distingue una curiosità accademica da un problema operativo.

Il prezzo di acquisto come riferimento

Il meccanismo che genera il comportamento è più semplice di quanto sembri e riguarda il punto di riferimento adottato. Il materiale di educazione finanziaria dell’autorità di vigilanza lo descrive così: gli investitori restano in attesa di un recupero anche quando le prospettive non sono buone e, al contrario, possono essere portati a vendere troppo presto un investimento in guadagno solo per portare a casa il risultato, e in questi casi il prezzo di acquisto diventa un ancoraggio. La stessa fonte collega il fenomeno all’avversione alle perdite, per cui la reazione emotiva a una perdita è più intensa della soddisfazione per un guadagno equivalente. Il punto rilevante è l’ancoraggio. Il prezzo pagato è un dato personale che non dice nulla sulle prospettive future del titolo, eppure diventa il riferimento rispetto al quale si valuta se vendere.

Quanto è diffuso in Italia

Il comportamento è stato rilevato anche sul campione italiano, con un ordine di grandezza preciso. Un quaderno di ricerca dell’autorità riporta che il rapporto annuale del 2015 ha esaminato la propensione a vendere velocemente i titoli con rendimenti positivi per monetizzare i guadagni e a mantenere in portafoglio i titoli in perdita per rimandare la monetizzazione delle perdite, propensione manifestata dal 37% dei soggetti. Più di un terzo del campione, quindi, in una rilevazione su investitori italiani. Non è una tendenza marginale né limitata a chi opera senza esperienza.

Perché il comportamento è costoso

Il costo si manifesta su tre piani distinti, e solo il primo è generalmente riconosciuto.Il primo è di composizione: un portafoglio da cui si rimuovono sistematicamente le posizioni in guadagno tende a concentrarsi su quelle che hanno perso valore. Il secondo riguarda il tempo. Mantenere una posizione in perdita significa impegnare capitale in attesa di un recupero che potrebbe non arrivare, rinunciando nel frattempo a impieghi alternativi.

Il piano fiscale italiano

Il terzo piano è specifico dell’ordinamento italiano ed è spesso ignorato. Realizzare una minusvalenza genera un credito fiscale utilizzabile, entro i termini previsti, per ridurre l’imposta su plusvalenze future della stessa categoria. Chi mantiene indefinitamente una posizione in perdita non evita quindi solo il disagio della realizzazione: rinuncia anche a un beneficio fiscale che ha una scadenza. Il credito non maturato oggi non resta disponibile all’infinito.

Come riconoscerlo nel proprio operato

La verifica si fa sui dati del proprio dossier e richiede pochi minuti. Gli elementi da confrontare sono i seguenti:

Se le prime due durate divergono in modo marcato, il comportamento è presente e misurabile.

Cosa lo riduce

Gli interventi efficaci agiscono sulla struttura della decisione più che sulla consapevolezza. Alcuni sono immediatamente applicabili:

  • Definire in anticipo le condizioni di uscita, formulate in termini diversi dal prezzo di carico;
  • Valutare periodicamente ogni posizione come se la si dovesse acquistare oggi;
  • Annotare la motivazione all’apertura, così da poterla verificare successivamente;
  • Fissare una revisione a calendario, indipendente dall’andamento dei prezzi;
  • Considerare la scadenza dei crediti fiscali nella pianificazione delle chiusure.

Il secondo punto è il più efficace perché sostituisce il riferimento. La domanda non è più se recuperare quanto perso, ma se quella posizione meriterebbe di essere acquistata adesso a quel prezzo.

Il limite della consapevolezza

Conoscere un bias non è sufficiente a evitarlo, e la stessa autorità lo riconosce osservando che conoscerli non significa evitarli sempre ma riconoscerli meglio. Quello che funziona è cambiare il punto di riferimento e definire le regole prima che servano. Il prezzo di acquisto continuerà a essere visibile sulla piattaforma, ma smetterà di essere il criterio con cui si decide.