Settore in difficoltà

“Non siamo fantasmi”: il grido d’allarme di Federmoda Verona

A livello nazionale, stando alle stime Federmoda, sono 20.000 i negozi di abbigliamento a rischio chiusura e 50.000 i dipendenti che potrebbero perdere il posto di lavoro.

“Non siamo fantasmi”: il grido d’allarme di Federmoda Verona
Verona Città, 12 Novembre 2020 ore 10:13

Servono contribuiti a fondo perduto, liquidità dalle banche, credito d’imposta per gli affitti, condono fiscale.

Settore in crisi

Arriva anche dalla Federazione Moda Italia-Confcommercio il grido di allarme alla quale aderiscono le imprese del commercio al dettaglio e all’ingrosso di abbigliamento, calzature e pelletterie. Un settore che, a causa della pandemia, sta attraversando una profonda crisi anche nel Veronese, come sottolinea il presidente provinciale dell’associazione di categoria, Mariano Lievore:

“Gli acquisti da parte dei clienti sono pochissimi, meno della metà dello scorso anno: la situazione è gravissima ma non sono previsti ristori per la nostra categoria. I decreti che si susseguono non fanno menzione di noi, siamo tra i grandi dimenticati di questo periodo. Di questo passo solo in provincia di Verona sono a rischio chiusura decine di imprese dei comparti abbigliamento, calzature, pelletteria, articoli sportivi, intimo, neonato, che nel complesso danno lavoro a centinaia di persone”.

Escluso dai codici Ateco

Oltre il danno anche la beffa perché il decreto ristori bis ha escluso dai codici Ateco che riceveranno il contributo a fondo perduto il commercio in sede fissa di calzature, includendo invece quello ambulante. Lievore ha aggiunto:

“Un nonsense che rischia di penalizzare senza motivo un’intera categoria di imprenditori. La nostra associazione sta premendo affinché ci sia un’integrazione dell’elenco dei beneficiari. Hanno interrotto le cerimonie, ma nulla è stato previsto per sostenere i negozianti specializzati nelle vendite di capi eleganti; hanno sospeso molte attività sportive, ma i negozi di abbigliamento sportivo per ora non hanno alcun diritto ad un risarcimento. Più in generale il venir meno delle occasioni sociali di incontro come una cena fuori, poi la ripresa forte dello smart working e l’ipotesi di nuovi lockdown hanno praticamente paralizzato le vendite. Se a questo ci si aggiunge il timore per il futuro, si capisce bene come uno dei primi settori di consumo sacrificati sia stato il nostro”.

Se non basta mancano i turisti

Anche la mancanza di turisti, soprattutto quelli dall’estero, ha giocato a sfavore della categoria. Lievore spiega:

“Nonostante il quadro della crisi sia chiarissimo, per le istituzioni restiamo dei fantasmi: nessuno sembra accorgersi dei gravi danni subiti dai nostri negozi, che vivono di collezioni stagionali ed hanno investito ingenti capitali in prodotti che rischiano di restare fermi sugli scaffali. Se va avanti così, sarà un’ecatombe. Ecco perché sono urgenti misure di sostegno”.

A livello nazionale, stando alle stime Federmoda, sono 20.000 i negozi di abbigliamento a rischio chiusura e 50.000 i dipendenti che potrebbero perdere il posto di lavoro. Si calcola che da inizio pandemia circa 115mila negozi abbiano subito un drastico calo delle vendite. Sconti e saldi, utilizzati dai commercianti come ancora di salvezza, hanno praticamente azzerato il margine di guadagno.

Merce invenduta

Poiché nel settore della moda i prodotti vengono acquistati con mesi e mesi di anticipo, sono tanti i negozianti ad essersi ritrovati in primavera prima, e in autunno poi, con gli scaffali pieni di merce invenduta. Senza parlare poi dei soldi investiti per adeguare locali e protocolli alle misure anti-covid. Il 2020, stando ai dati, ha prodotto nel settore un gravissimo indebitamento.

Le richieste della categoria sono chiare:

“Servono contribuiti a fondo perduto, liquidità dalle banche, credito d’imposta per gli affitti, condono fiscale – conclude Lievore – ed è indispensabile detassare le rimanenze di magazzino, sospendere i mutui e prolungare la cassa integrazione straordinaria fino a tutto il 2021”.

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